La
Canapa indiana è una pianta che cresce nelle zone temperate
e subtropicali e che può raggiungere i tre metri di altezza.
Nelle sue foglie e nelle infiorescenze si ritrova il principio
attivo, cioè la sostanza che produce gli femminili effetti
sul sistema nervoso: il delta-9-tetraidrocannabinolo o THC.
Il THC è considerato un allucinogeno con proprietà sedative
e provoca effetti sia stimolanti che depressivi.
Dalla Canapa indiana si ottengono:
Il THC viene assorbito attraverso i polmoni e determina una
sensazione di benessere ed euforia, modifica la percezione
del tempo, causa uno stato di depersonalizzazione e compromette
la memoria a breve termine, poi subentra la sonnolenza ed
il rilassamento. A dosi elevate il THC può indurre allucinazioni,
idee deliranti e paranoidi.
Ovviamente guidare sotto l'effetto del THC è molto pericoloso.
Il THC rimane nell'organismo fino a due settimane dopo l'assunzione,
ha effetti sul battito cardiaco (rischio di infarto), deprime
il sistema immunitario (rischio di infezioni), riduce la produzione
di spermatozoi e determina la cosiddetta "sindrome amotivazionale"
caratterizzata da apatia, indifferenza affettiva, disinteresse
verso il futuro.
Questa sindrome è una subdola forma di dipendenza psichica.
L'affermazione che i derivati della Canapa indiana rappresentano
spesso il primo passo verso l'eroina non è un luogo comune:
l'80% degli eroinomani ha cominciato facendo uso di marijuana.
Un altro aspetto meno noto è che l'uso di queste droghe aumenta
di sei volte la possibilità della comparsa di schizofrenia
e può determinare nei figli dei tossicodipendenti danni genetici,
alterazioni di peso ed altezza ed una maggiore frequenza di
malformazioni.