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Gioco all'alba
| Arthur Schnitzler | Adelphi 1993
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Il tenente Wilhelm riceve, una mattina, la visita di un ex collega, Bogner, che era stato costretto, per debiti di gioco, a lasciare l'esercito. Bogner ha bisogno di denaro e supplica l'amico di un tempo di aiutarlo. Dopo molte incertezze, Wilhelm decide, il giorno stesso, di recarsi al Caffe Schopf a Baden, dove altre volte ha giocato d'azzardo. Spera di vincere così una somma adeguata alle pressanti esigenze di Bogner. Seduto al tavolo da gioco, Wilhelm vince e perde con una successione dal ritmo incalzante: trenta pagine in cui la speranza, la vittoria, l'ansia, l'attesa, l'angoscia si alternano senza respiro, trenta pagine tecnicamente perfette disegnate con mano fermissima. Alla fine, Wilhelm è disperato: è debitore, lui stesso, di una somma enorme e ha poco più di ventiquattr'ore per restituirla. Si rivolge allora all'unico parente che ha: suo zio Robert, che gli confida, però, che non possiede più nulla. Si è infatti sposato e la moglie è l'unica titolare del suo patrimonio, che amministra molto saggiamente e del quale dà al marito una rendita vitalizia. Uno strano matrimonio: si vedono di tanto in tanto, trascorrono due settimane d'estate insieme, vivono in case separate e fanno due vite diverse. All'allibito nipote, Robert confida infine che si tratta di una donna dall'onorabilità dubbia, per la quale comunque lui ha perso la testa: Leopoldine Lebus. Wilhelm tace allo zio di aver avuto una brevissima relazione con Leopoldine, prima che si sposasse: va, quindi, a trovare l'ex amante, le confida tutto, la supplica di prestargli la somma che gli occorre. Leopoldine rifiuta, poi dice che deve consultare il suo avvocato, gli promette infine una risposta. Lo va a trovare nella sua stanza di ufficiale, cena con lui, va a letto con lui. All'alba Willi si sveglia e Leopoldine è sulla soglia: gli ha lasciato sul tavolo mille fiorini. Lui, disperato, le ricorda che la somma chiesta è ben più alta. "Ah .. pensavi che ... Quei mille fiorini non sono in prestito, sono tuoi, per la notte scorsa ... Ti pare troppo poco? Quella volta me ne desti solo dieci, ricordi? ... Non vuol essere un rimprovero. Io quella volta non ho preteso di più. Dieci fiorini ... bastavano; erano anche troppi ... Per essere precisa, erano esattamente dieci di troppo". Solo adesso, guardandola negli occhi, Willi ricorda: era stata una serata tenerissima quella in cui lei gli si era abbandonata tra le braccia, e lui, tronfio del suo successo, se n'era andato quasi infastidito dal vago rimprovero che aveva intuito inespresso nello sguardo di lei, rimasta a letto. Momenti rubati e sprecati, un amore ignorato e dimenticato. E' la fine. Se quella "mancia" servirà a salvare il suo amico Bogner, per Willi non c'è altra possibilità che un colpo di pistola alla tempia. Al cadavere ancora caldo, invano lo zio Robert mostrerà, istupidito dal dolore, la somma richiesta, che la moglie gli ha infine dato.
Tutto, in questo lungo racconto, è condensato in maniera perfetta: la personalità fatua, ma ingenua di Willi, il gioco, gli amici, la fortuna e il disastro, Leopoldine superba vendicatrice della sua stessa fragilità, lo zio Robert, innamorato e perduto, la vita e la morte verso cui va ogni rigo, senza esitazione, di corsa.
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