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Il cavallante della "Providence"
S iamo nel porto a monte della chiusa 14, che collega la Marna al canale laterale: ci sono battelli, chiatte a motore e chiatte trainate da cavalli. In una stalla, due cavallanti dormono dopo aver bevuto qualche goccio di troppo: nella paglia scoprono un cadavere.E' una donna, strangolata: l'abito è di seta color avorio e le scarpe sono di camoscio bianco. Maigret inizia le indagini con la solita calma, che è metodo: vuole conoscere il luogo, le persone, le abitudini. Come se un delitto non esplodesse all'improvviso (un atto di follia e di cecità morale) ma, preparato dal tempo, dall'odore del passato, dal fragore del presente, dal profumo del futuro, fosse in definitiva uno sbocciare mostruoso di fiore dalle radici profonde, che si perdono in un buio dentro il quale ogni nozione abituale di perde. Non nello sgomento, ma nella comprensione di quell'insieme misterioso, che è l'uomo. Una serie di personaggi ci sfilano innanzi: Sir Lampson, vacuo e dignitoso; Willy Marco, nervoso compagno di bagordi; la signora Negretti avida e sciatta; Jean, il silenzioso cavallante dal passato spaventoso, che va a morire vicino ai suoi cavalli, nella stalla ... A parte lo stile ineccepibile, l'indagine psicologica e la capacità tipiche dello scrittore francese di mescolare insieme paesaggio e anima, c'è qui, al di là del fatto criminoso, una realtà umana in cui amore, dolore, rabbia si uniscono in un crogiuolo incandescente. Accanto a Maigret capita spesso di non sentirsi soddisfatti di aver trovato il bandolo della matassa: ci si rende conto che non c'è un colpevole da consegnare trionfalmente alla giustizia. Ed è certo curioso che questa sensazione ce la comunichi proprio un commissario di polizia, alla cui intelligenza intuitiva ed analitica si accoppia una conoscenza dell'umana natura, pervasa da una tenera stanchezza. Un buon giallo. |