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Cuore di tenebre
J. ConradU.E. Feltrinelli 1989

    Marlow è un uomo di mare (era un marinaio, ma era anche un girovago, mentre i marinai in genere conducono, se così si può dire, una vita sedentaria. Hanno una mentalità casalinga, e la casa -la nave- se la portano sempre dietro..."), che per qualche tempo ha lavorato per una Compagnia commerciale, in una regione inesplorata, al comando di una delle imbarcazioni usate per il trasporto dell'avorio. Tutto quello che Marlow descrive è avvolto da un incubo: il ritmo della narrazione è lento, come se la vegetazione selvaggia, il luogo sconosciuto, gli indigeni rendessero difficile agli stessi ricordi procedere senza l'oppressione di un'atmosfera incantata e inquietante. Arrivato alla fine, alla sede della Compagnia, è incaricato di ritrovare Kurtz, un agente che dovrebbe trovarsi all'interno del paese, ma di cui si sono inspiegabilmente perse le tracce. Senza saperlo, Marlow va così incontro a quella che sarà l'esperienza più sconvolgente della sua vita. "Mi sento come se cercassi di raccontarvi un sogno... nessun resoconto di un sogno può trasmettere la sensazione che nel sogno si prova, quella mescolanza di assurdità, di sorpresa e di smarrimento... E' impossibile trasmettere la sensazione di vita di una qualsiasi epoca della nostra esistenza - ciò che ne costituisce la verità, il significato - l'essere sottile e penetrante. E' impossibile. Viviamo come in sogno... soli..."
    Marlow risale il fiume: senso di immobilità, alberi immensi, mistero del tempo, rullìo di tamburi. Si viaggia verso il cuore delle tenebre. Finalmente Kurtz: l'uomo, la cui attesa quasi sfinisce il lettore, si presenta alla fine del testo in tutta la sua ambiguità. Personalità d'eccezione, animato da sentimenti filantropici verso gli indigeni, aveva finito per usare la sua eloquenza, la sua capacità di muovere sentimenti altrui per perseguire oscuri progetti di dominio. "La foresta... aveva scoperto da tempo la sua vera natura, e si era presa su di lui una terribile vendetta per la sua fantastica invasione. Credo che gli avesse sussurrato qualcosa di sè che lui ignorava, qualcosa di cui non aveva avuto idea finchè non si era consultato con questa grande solitudine e quel sussurro aveva esercitato un fascino irresistibile". Il dramma di Kurtz è tutto in queste parole di Marlow e si dilata sino all'universalità, al simbolo: un'anima che, nella solitudine, guarda se stessa e si perde. Ed è la tenebra sterile del cuore. Un testo, questo, indimenticabile: per l'eccezionale livello artistico, per il contenuto simbolicamente inquietante, per il ritmo ossessivo che entra nella mente del lettore, in cui riecheggia alla fine, in tutta la sua tragicità, il grido di Kurtz morente: "L'orrore! L'orrore!".