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In quale nascondiglio del cuore
Lidia RaveraMondadori 1993

    Con uno stile semplice (periodi brevi, frasi isolate, pause sottolineate dalla punteggiatura e dallo spazio bianco) e ritmato da un desiderio e una capacità di colloquio notevole, la scrittrice si rivolge, in queste pagine, al figlio adolescente. Per fargli sapere di sè (ma non solo: i due hanno sempre parlato e comunicato), per domandargli degli altri (i giovani, i vecchi, la politica, la scuola, il sesso), per essere partecipe attraverso il mezzo che le è forse più congeniale di altri (la parola, appunto) di un momento di cambiamento: "Spero che tu possa goderti tutto il lusso di una sontuosa adolescenza. Che tu sia egocentrico e innamorato di te stesso, curioso, generoso, incredulo, megalomane, coraggioso, convinto di essere unico, ciclotimico di irriferibili allegrie e incomunicabili disperazioni. Spero che tu riesca a liberarti di me, a mandarmi al diavolo, a ridurre l'indiscreta pressione del mio amore, a delineare altrove un tuo io che abbia tuo padre e me soltanto nella storia, nella riserva dei banca dati".
    Ne esce fuori un ritratto di donna sostanzialmente realizzata nella sua esperienza di madre (pur tra inevitabili contraddizioni, vissute comunque in buona fede e con cosciente determinazione) e un ritratto di adolescente positivo, pronto a spiccare un volo, che tutto fa pensare avrà esito felice. Certo la Ravera non poteva inventarsi problemi che non ha o incubi non vissuti o lacerazioni che non ha subìto: rimarrà deluso il lettore che cerca tali cose. E' un colloquio sereno, positivo questo del libro: un atto d'amore.