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L'uomo che volle essere re
Rudyard KiplingSellerio 1987

    È noto che questo sia uno dei più bei racconti di R. Kipling.
    Che ai suoi comtemporanei dovette piacere molto l'ambientazione nel Kafiristan, zona considerata di notevole importanza strategica, vietata agli europei dal governo indiano per l'intensa attività spionistica tra la Russia e l'Inghilterra, ci riesce comprensibile: si narrava allora di spedizioni segrete, di avventurieri, di paesi ricchi e lontani e Kipling dà corpo a tutto questo con la solita maestria.
    Ma anche oggi questo è un testo che affascina: un giornalista racconta e che fa da tramite, oggettivizzando la vicenda, tra i veri protagonisti, Peachey e Dravot, e il lettore, che ne riceve così un'impressione di plausibile verisimiglianza.
    Mescolando il reale e il fantastico, Kipling fa anche la parodia della colonizzazione inglese in India e della Massoneria, realtà a cui comunque crede fermamente purchè sostenute da quel senso morale, da quel coraggio, da quella solidarietà umana e ciivile, che fa, a parere dello scrittore, dell'imperialismo britannico un veicolo di civiltà.
    L'avventura dei due inglesi si conclude tragicamente, tuttavia essi, proprio alla fine, acquistano una dimensione che prima non possedevano; da avventurieri capaci di tutto pur di perseguire il loro fantastico progetto, si trasformano in uomini che, accettando il loro destino di morte e di dolore, nella solidarietà e nella amicizia mai spezzate, ritrovano la loro dignità e diventano sul serio eroi. È un testo da tenere in biblioteca e da rileggere di tanto in tanto senza che il piacere ne venga mai diminuito.