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Microcosmi

Claudio Magris Garzanti 1997

    Dopo "Danubio", un altro testo incantatore di Caludio Magris.
    Il percorso è più modesto, ma il ritmo è uguale: lento, sinuoso, intrigante. Personaggi comuni e famosi, luoghi noti e trascurati: tutto legato insieme dalla coerenza della frammentarietà. Tra un'osservazione (Ogni identità è anche orribile, perchè per esistere deve tracciare un confine e respingere chi sta dall'altra parte); una descrizione di paesaggio (Queste montagne sono seni spremuti, un cielo che si allontana nella sera... un cielo nero che sembra blu...) o di animali (un branzino... anche le sue scaglie che scintillano e mutano impercettibilmente colore, grazie al sole di fuori e alla morte dentro, sono un sussultare di confini...), si snoda un viaggio che è fisico, mentale e culturale. La prosa elegantissima ha il dono dell'esser preziosa senza perdere in levità. Claudio Magris sa andare in profondità non dimentico del fascino della superficie, sulla quale batte il sole.

    La correttezza della lingua è la premessa della chiarezza morale e dell'onestà. Molte mascalzonate e violente prevaricazioni nascono quando si pasticcia la grammatica e la sintassi e si mette il soggetto all'accusativo e il complemento oggetto al nominativo, ingarbugliando le carte e scambiando i ruoli tra vittima e colpevoli, alterando l'ordine delle cose e attribuendo eventi a cause o a promotori diversi da quelli effettivi, abolendo distinzioni e gerarchie in una truffaldina ammucchiata di concetti e sentimenti, deformando la verità. Anche per questo, pure una sola virgola al posto sbagliato può combinare disastri, provocare incendi che distruggono i boschi della terra.

    Non ci sono, quindi, per Magris esclusioni aprioristiche, giudizi definitori e definitivi.

    ...Le differenze di grandezza e di intelligenza fra gli uomini, fra un genio universale e un povero diavolo, appaiono enormi, ma sono in realtà millimetriche rispetto alla morte, al dolore, alla guerra e all'incapacità anche per un genio di prevederla e di impedirla, all'insonnia, alla miseria, al mal di denti. Dinnanzi alla semplice realtà del vivere, l'eccezionale prestazione di un genio è come il notevolissimo salto della pulce rispetto all'Himalaya. Con questa filosofia, è meno arduo guardare in faccia la morte.

    Nella luce subacquea del fogliame, mentre le cicale screziano l'aria come un vetro e lontano il mare sorride con le sue creste di spuma, l'uomo di Magris cammina, dimentico di essere stato un dio immortale, ma consapevole che vale la pena di dedicare coraggio, fedeltà e dedizione a un valore soprapersonale che lo leghi agli altri esseri umani e al mondo intero. Il fiume scorre verso il mare e le Sirene cantano lontane.


    a cura di Maria Antonietta Amico