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Le visite
Con una prosa dal tono volutamente frivolo e salottiero, Irene Brin (pseudonimo di Maria Rossi, nota giornalista di cronache mondane) ci descrive, in queste undici novelle, uomini e cose con lo sguardo che finge di essere superficiale e lieve. In realtà ogni particolare è messo a fuoco perfettamente, ogni sfumatura è colta con attenzione e l'effetto finale sarebbe di drammatica evidenza, se non ci fosse una magica ironia, che tutto stempera. Ne Le immagini ad esempio con quanti corrosivi particolari viene descritta l'abnegazione di Paterno alla memoria del cognato morto, la cui vita passata egli rielabora facendone, proprio quando se ne dichiara custode, una creazione tutta sua, per suggere, almeno un pò, quella celebrità che non gli appartiene! Ma il dramma non scoppia: avviene semplicemente, e si torna a tavola, domesticamente. Così come ne I sogni, dove la vendetta di Caterina su Edvige, che il fratello ha amato e per la quale si è rovinato, finisce col diventare desiderio di nuova, frivola vita insieme a quella stessa Edvige. Le rose, poi, conclude degnamente il testo: una breve storia d'amore, limpida e triste, ricca di colori e di profumi. Tra salotti e merletti, tra fioraie e contesse, tra intellettuali e registi si muove l'autrice, con la disinvoltura di chi molto ha conosciuto: in lei, una rara capacità di rappresentare l'animo femminile. Non abbiamo detto "indagare", perchè questa "voluttuosa" operazione è probabilmente più maschile. Rappresentare è avvicinarsi ad un mondo e percepirne le vibrazioni, dando ad esse espressione, senza alcuna pretesa di penetrarvi dentro, alla scoperta di definitive risposte. Per questo è sempre possibile la comprensione o la pietà, anche di fronte ai grumi che impacciano il fluire tranquillo dell'esistenza, quando le passioni si aggrovigliano e nasce l'ombra.
a cura di Maria
Antonietta Amico
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